mercoledì 6 luglio 2011

Il dovere chiama. Rispondete.

Mi sfilai i grossi occhiali scuri e li appoggiai al tavolo. La luce mi ferì gli occhi, ma fu un attimo. Non avevo molto tempo. Gli scarponi pesanti finirono di lancio sul pavimento, uno da una parte e uno dall'altra. Mi spogliai, lentamente come se questo potesse allungare i minuti. Liberai dalla fatica ogni movimento, rendendolo meccanico. Talvolta, togliersi l'anima insieme agli abiti è l'unico modo per andare avanti. Indugiai sul piercing alle labbra, lo osservai un momento allo specchio, poi tolsi anche quello. Scrostai dalla pelle, con le unghie, il tatuaggio che la ricopriva per tre quarti. La pelle si ricompose, setosa e immacolata. Dovevo essere perfetta. Aprii l'armadio, direttamente nella parte degli abiti eleganti. Una colonna sonora malinconica mi accompagnava. Patsy ha sempre la musica più adatta. Scelsi il nero, lungo, trasparente e impeccabile. Solo una collana di perle sul collo lungo. Infilai con cura le mutandine, praticamente inesistenti. Possono essere tremendamente visibili, le cose praticamente inesistenti, se sono sistemate male. Aderirono perfettamente invece, si incollarono alla carne pronte a ricevere la carezza della gonna di velo. Cominciai ad infilare le lunghe calze velate, ma cambiai idea e le lasciai scivolare a terra. Gambe nude, volevo sentire l'aria calda dell'estate soffiare da sotto e cercare la via del cuore. Infilai anche le scarpe, di morbida pelle, con tacco altissimo. La dignità di chi guarda alle cose dall'alto... sarebbero bastati i tacchi, a conservarla?
Mi fasciai le mani e le braccia con i guanti lunghi, morbidissimi, quasi impalpabili... eppure lì a proteggermi da contatti impuri.
Ecco... ero pronta. Come vittima sacrificale, mi avviai in algida bellezza, senza permettere un moto alcuno alla mia anima.
La porta dei grandi magazzini si aprì. La corsa ai saldi era cominciata. 



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