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mercoledì 24 agosto 2011

2

Quelli che la caccia più che la preda.


La fitta alla spalla mi svegliò bruscamente. Guardai nella direzione del dolore, la freccia aveva solo scalfito la pelle, ma era diretta a me, inequivocabilmente. Sollevai lo sguardo, era in piedi davanti a me, beffardo e sconosciuto. Con un balzo gli fui oltre e cominciai a correre, ma non perse tempo. Era abile con l'arco, e io ancora addormentata e poco pratica del luogo, per cui la mia corsa divenne una bizzarra staffetta tra canneti e sentieri troppo larghi. Mi prese quasi subito, non riuscii neanche a provare stizza. Aspettai ferma che la catena si chiudesse, e invece la sciolse. Lo guardai stranita, mentre mi spiegava come ad una bambina che non dovevo sprecare energia in una corsa sbagliata... Non rimasi ad ascoltarlo, e scappai, ma fu breve. Mi riprese, e mi lasciò andare di nuovo, con un sorriso che cominciavo a detestare per la volontà di umiliazione che nascondeva. Gli risposi male, e quello sembrò farlo reagire. Mi strinse la catena al collo e mi lanciò brutalmente nella safe zone. Gli avevo rovinato il gioco. E uno.
 

sabato 20 agosto 2011

1

Me ne stavo rannicchiata, riparata da un tronco a terra. Pochi metri più un là infuriava la lotta, sentivo le urla e i fischi delle frecce fra le foglie e i ruggiti dei cacciatori. Non mi vedeva nessuno, cominciavo a sentirmi incredibilmente al sicuro, come se la paura mi avesse davvero reso piccola e invisibile. Davvero volevo restare? Non ne ero più sicura. D'altra parte ogni certezza se n'era andata già molto tempo fa, con la mia verginità.
Mi rannicchiai di più, mi chiusi a riccio. Li avevo vicinissimi ormai, la daga era stretta nel pugno, fra le ginocchia. Passarono oltre, inseguendo un'altra preda. Mi lasciai andare al sollievo colpevole. In un altro momento avrei agito, spinta dalla solidarietà. Ma su quella terra la solidarietà era stata bruciata.
Guardai il sole che tramontava: ero lì ferma da due ore, almeno. Allungai le gambe, per sgranchirle. Non mi azzardai ad alzarmi. La stanchezza mi prese non appena la tensione si allontanò con i cacciatori. Avrei dormito lì.






sabato 13 agosto 2011

Il giorno che mi sembrò di essere alla corte di Versailles

Per RLV ho perso la testa. Letteralmente. Nel senso che al primo TP ho fatto in tempo ad atterrare in un'ampia stanza da letto stile Luigi XV, mi sono sentita strattonare e mi sono trovata immediatamente stesa ad una ghigliottina. Gli ho detto che a me le brioches non piacevano e che non mi chiamavo Maria Antonietta, ma ha risposto che bastava la M iniziale. Il fuck off che mi è sbocciato in testa non ha fatto in tempo a scendere in gola, me l'ha tranciata di netto. Ha preso quel che era caduto nel cesto e se n'è andato.
Il bastardo si è preso la parte di me a cui tenevo di più.



domenica 1 maggio 2011

Come una madeleine

Stavo mettendo in ordine i LM. Verificavo una per una quelle sequenze di numeri, come tante coordinate di sogni altrui costruiti prim dopo prim, alcuni più resistenti, altri ormai svaniti nelle nebbie. Passavo con metodica indifferenza o con piccola nostalgia da negozi che ormai erano magazzini vuoti, a land perfettamente conservate, a città intere rase al suolo e ridotte a distese di sabbia bianca. C'est la vie, mi ripetevo, sfoltendo man mano la rubrica degli indirizzi. Tutto passa. Rivedevo angoli familiari, e ognuno mi rimandava un volto, una parola, un momento.
Me ne stavo così, mangiucchiando una madeleine dopo l'altra, quando sono arrivata a Light Sorcery, un curioso negozio da apprendista stregone. Ecco... a quel punto la madeleine mi è andata per traverso. Un ricordo inaspettato, ma soprattutto un'emozione che si è fatta di nuovo viva e presente, violenta. Perchè il ricordo di un'emozione non è ancora emozione, ma talvolta il ricordo rigenera, e non è sempre creatura bella.
Si atterra all'imbocco di un ampio locale, ed esattamente lì ero atterrata poco più di un anno fa. 370 giorni fa, credo, per la precisione, qualcuno più qualcuno meno. Ci sono atterrata ieri - la combinazione delle coincidenze temporali! - e tutto il vissuto di quelle giornate lontane mi è corso incontro a velocità incredibile. Non sono riuscita a schivarmi in tempo, mi ha investito l'onda dei ricordi, mi si è sovrapposta l'immmagine della grande caverna che sta dietro il negozio e una sottile angoscia ha cominciato a crescere. 
Bellissima, assolutamente da visitare, eppure a me tremenda, luogo di penosissime  confidenze che mi avevano tramortita, quasi uccisa. Luogo di un dialogo dove ogni parola era una scheggia di selce che mi incideva le carni, sempre nello stesso punto, sempre più a fondo, e il sorriso che mi restava era solo il segno di una cicatrice.  Il dolore mi era rimasto impresso per lungo tempo, quasi pietrificato con me nella roccia della grotta. Non appena mi era stato possibile riprendere il controllo di me, rimasta sola, mi ero allontanata in tutta fretta e fino a ieri ero convinta di aver pure buttato il biglietto per arrivarci.
Non ce l'ho fatta a entrare, sono rimasta immobile all'imbocco di quella grande cavità dove i residui della mia pena continuavano a trascinarsi, sembrava avessero aspettato  solo il mio ritorno, per tutto quel tempo, per riprendermi in sulfurei abbracci.  
Ho girato i tacchi e mi sono diretta verso il negozio di stregonerie, pieno di tante piccole cianfrusaglie deliziose dietro alle quali mi sono persa per un po', annacquando l'amarezza. Una scala a chiocciola porta all'attracco di una mongolfiera. E' la parte della land di Jopsy Pendragon che non sono riuscita a visitare l'altra volta. Stavolta invece sono salita sulla mongolfiera e mi sono lasciata accompagnare nel giro di questo posto ricco di ambienti diversi e ben costruiti. Ad un tempo timorosa dei ricordi ed incapace di lasciarli andare completamente, cercavo distrazione nelle piccole, spettacolari illusioni che animano il piccolo universo di Jopsy.
Sono entrata curiosa nel  Particle Laboratory, per un attimo ho avuto la tentazione di provare a comprendere almeno alcune di tutte le stregonerie che ci sono dietro ogni effetto speciale di SL. Per fortuna mi è passata presto, la pigrizia ha fatto il suo dovere, ha preso il sopravvento e mi sono diretta verso  il Castello delle Nuvole: luogo ideale per cospargere l'anima del balsamo incantato dove si miscelano  perfetta solitudine, musica e giochi di luce. Le sedie sono ampie ma un po' scomode, a dire il vero, avrei preferito qualche divanetto 
Come Giona, o Pinocchio, si può entrare nel ventre di una Balena e trovarsi direttamente nel cuore del ciclo vitale: è la Grotta delle Anime Perdute. Oddio, non è il massimo per recuperare la positività, ma è sicuramente una suggestiva fonte di riflessione 
Ho ripreso la mongolfiera, mi sono riempita i polmoni dell'aria limpida di quel cielo finto e così necessario e ho premuto un altro bottone. Ancora una destinazione, è un'intera sim... beh, il resto... scopritelo voi  
Qui la scorciatoia per arrivarci: http://maps.secondlife.com/secondlife/Teal/78/139/15








Il Castello delle Nuvole

La plancia della mongolfiera

In volo

Ancora al Castello delle Nuvole




La grotta delle Anime Perdute





giovedì 21 aprile 2011

come lacrime nella pioggia

E' una serata piovosa, questa. Non so se piove fuori, dentro piove senz'altro. Ricevo un TP da Aloisio Congrejo, mi invita a vedere una delle sue mostre. Arrivo in una specie di magazzino, roba da archeologia industriale, ma l'ambientazione è perfetta per quello che vedo. Non sbaglia un colpo, Alo. Alcune sculture nei colori del ghiaccio. Il ghiaccio quello dei primordi però, quello che ha conservato in sè le prime forme di vita, pronto a rigenerarle nelle condizioni adatte. 
Ma solo più tardi mi accorgerò di loro. E' la serata giusta per incontrare Roy, invece, che sta seduto lì, in mezzo alla grande sala. Piove anche su di lui, e dentro di lui. Il Roy di Blade Runner, quello che ha visto molte cose che gli umani non si possono neanche immaginare... i raggi B sulla porta di Tannhauser, per esempio, ma sospetto che abbia visto cose peggiori. Sospetto che abbia dato un'occhiata alle voragini delle miserie umane. Mi siedo accanto a lui, ha l'aria di chi sa che sta per finire. Jeff Buckley canta Hallelujah
Ogni tanto mi stupisce la straordinaria assonanza di musica e immagini e sentimenti di certe occasioni. Strano, mi ha sempre fatto paura, fino a questo momento, lo sguardo senz'anima di Roy, più ancora che le sue violenze. E' quello che spaventa, il vuoto dentro gli occhi, perchè sai di non poter trovare umanità. L'umanità è debole, ma è anche calda. Qui niente, qui solo freddo, vapori e pioggia battente. Eppure oggi ci sta, e mi avvicino e non temo, e quasi mi spavento per non aver più spaventi. Solo la rassegnazione acquieta il timore, ma rassegnazione è una parola che non mi è mai piaciuta e pensavo non piacesse neanche a Roy. Invece sta qui, in mezzo ad altre opere di Aloisio, e comincia a parlare piano. Racconta e suona all'unisono con quello che ho dentro. Racconta di miserie, lo sapevo che le aveva viste e che ne portava il marchio dentro. Abituati a portare il dolore degli altri, ci si disabitua al proprio e quando arriva è una sorpresa che non aspettavi.
Lo so, caro Roy, lo so bene. Conosco il dolore che incattivisce, l'assenza che stringe il cuore fino a fargli perdere ogni forma. Lo so che quando perdi il cuore ti sembra che solo la forza bruta rimanga e la forza cresce più il cuore scompare, perchè il dolore ha un'energia che bisogna far uscire in qualche modo. Però... facevi veramente paura. 
E tutto perchè ti mancava il padre. Ma... sicuro che davvero ti mancasse? Non era meglio se ti mettevi a cercare la Madre? Perchè guarda, onestamente, è difficile trovare un Padre, oggigiorno, sono in via di estinzione. Pensaci... chi ti ha portato qui? Un Padre? No... secondo me un  Fratello. E' un fratello che ha raccolto le tue forme, le ha portate qui sperando di darti un po' di riparo, ti ha restituito la voce. E poi se n'è andato, perchè i fratelli ci sono, ma non restano. D'altra parte, te l'ho detto, i padri non ci sono più, è dall'Antica Roma che hanno cominciato a scomparire. Con le madri va un po' meglio, resistono, ma anche lì... non è da escludere che prima o poi si arriverà a generazioni che si autoproducono, come siamo io e te, in fondo. Suona un po' triste, un po' amaro. La sapeva lunga Jung, quando parlava di quegli archetipi scolpiti dentro di noi che incessantemente continuano a determinare le forme del nostro amore... dovrò finalmente decidermi a leggerlo, Jung. 
Che poi quello che cerchi, caro Roy, tu come tutti,  è l'Amore del Padre, una cosa ancora più rara del Padre, da queste parti. Lo sai cosa dice Peck? E' uno psichiatra americano, e lo so che gli psi sono talvolta più pazzi dei loro pazienti, ma nella follia talvolta c'è un lampo di verità... Beh lui dice che ciascuno porta in sè  il desiderio del perfetto abbandono nell'Amore, e ciascuno cerca a suo modo di trovare qualcuno che gli permetta di realizzare questo desiderio, ma... è un desiderio che nessun qualcuno è in grado di realizzare. Forse solo un Qualcuno.
La colonna sonora è passata a Shine on You Crazy Diamonds. Roy tace, e nel suo silenzio mi perdo anch'io, su quel terreno umido di un magazzino oscuro. 






PS: L'ispirazione viene tutta da "Roy" di Aloisio Congrejo, visibile nella mostra che attualmente è alla Aneli's Gallery. Qui pure il link vimeo con la voce originale di Roy.

mercoledì 6 aprile 2011

Il fango e le stelle

Lavai il piccolo pugnale affilato nell'acqua del lago. Peccato e redenzione si stavano mescolando nell'anima, contaminandola di sofferenza. Il fango era viscido come erano state le sue mani su di me, caldo e umido come il suo fiato sul mio collo bianco. Dicono che siamo stati plasmati dal fango, allora forse il mio scendere nel fango era il richiamo delle Origini, il desiderio di ritornare all'Inconscio senza forma. Vi affondavo lentamente, con nessun piacere, con un lieve disgusto persino per me stessa. Perchè mi ero piegata. Senza motivo, senza violenza, come una canna di bambù marcita nel fango che insistentemente la circonda e la penetra, finchè cede.
Una rabbia sorda mi scaldava le viscere ormai corrotte.
Le stelle guardavano il mio corpo contratto, e non erano mai state più lontane.



domenica 3 aprile 2011

Un'altra pelle, un'altra storia


Mi svegliai, stranita. Ero a terra, avvolta in un pesante mantello scarlatto e in un appiccicoso senso di estraneità a me stessa, da cui cercai di riemergere recuperando qualche barlume di consapevolezza. All'improvviso presi coscienza di una appiccicosità altra, umida fra le mie gambe. Un violento flashback mi riportò brutalità e resistenza, angoscia e oppressione: il sentimento dei vinti. Mi rannicchiai, a coprirmi dal freddo dell'ignoto. Avrei voluto chiudere gli occhi, ma la sensazione di estraneità era troppo forte, non voleva essere ignorata e dovetti permetterle di farsi strada. Era quasi l'alba, l'erba sotto e intorno a me apparteneva ad un luogo sconosciuto, non vi ero arrivata cosciente, ne ero certa. Un particolare attirò la mia attenzione: il mio polso era troppo sottile, la mano troppo bianca. Perplessa, più che spaventata, mi alzai un po' a fatica, come se non potessi completamente padroneggiare il mio corpo.

Mi diressi verso un piccolo specchio d'acqua vicino e guardai. L'immagine che mi rimandò non mi apparteneva: pallida ed esangue, minuta. Lineamenti fini che sembravano essere costantemente sul punto di spezzare il flebile legame con la Vita.
Vampiro? Un sorriso debole bastò ad escluderlo, e risi sommessamente di me stessa. Mi sistemai una ciocca di capelli fini, biondissimi e quasi inconsistenti dietro l'orecchio, e in quel gesto compresi: mi ero tramutata in un esemplare della razza elfica. Il seno roseo e appena accennato, il fisico vagamente androgino contrastavano con gli stivali pesanti e l'armatura. Solo la seta purpurea che mi avvolgeva la pelle raccontava il mio essere femmineo. Il pugnale sporco di sangue non mio, che tenevo in mano, diceva altro.

venerdì 18 febbraio 2011

La leggenda della sposa mancata




Veglio la notte e in piedi ti attendo
per dissolvermi alle prime luci dell'alba.
Di nebbia e rugiada mi sciolgo
appena il tuo profilo colma l'orizzonte.
Ma t'ho visto.














(pubblicato originariamente in data 28/12/2010)

Caccia al tesoro nella piramide di famiglia

Ieri sera si è affacciato il mio lato Lara Croft, non ho perso l'occasione per due salti adrenalici in solitudine, tanto per smaltire qualche panettone pixelloso, e ho raggiunto l'ingresso di una piramide che prometteva di essere la tomba di un fantomatico faraone con relativo fantomatico tesoro 
Occasione ghiotta, che vi ho documentato pure in immagini, il posto è semplice, aver visto qualche film di Indiana Jones basta per intuire tutti i trabocchetti e la possibilità di volare, che curiosamente gli owner della land non hanno tolto, rende il percorso più liscio di una pista di pattinaggio su ghiaccio . Tuttavia la caccia al tesoro è stata simpatica, tra ragni che mi si appiccicavano come lo zucchero del pandoro alle dita, mummie o coccodrilli che mi inseguivano come mogli petulanti con mariti distanti, trappole che si aprivano sotto i piedi all'improvviso come avvisi delle tasse e scarabei fortunati che scorrazzavano ai miei piedi, come tanti piccoli fastidi quotidiani che non hai il coraggio di schiacciare una volta per tutte .
Si arriva presto nella sala della regina, ma una vocina gentile dall'Ade vi fa presente che quella non è ancora la sala del Faraone, per cui bisogna pazientare, scostare qualche ragnatela, infilarsi in qualche cunicolo. Quando finalmente si arriva, la sala è ampia e tutta d'oro esattamente come ce l'aspettiamo, con Anubi a salutarci e a ricordarci che il tempo, tutto sommato... è una convenzione 
Purtroppo il tempo è stato convenzionalmente tiranno, e sul più bello che mi apprestavo a un momento di piacevole relax dopo tanta fatica, nella tenda beduina appena fuori dalla piramide e in piacevole compagnia, anzi, con la compagnia più piacevole che conosco in questa landa di solitudine... proprio in quel momento, proprio sul più bello... ho dovuto de-rezzarmi 
 




(pubblicato originariamente in data 27/12/2010)

Inseguita da bizzarre creature possedute da un insano desiderio

Il titolo sembra tratto da un film di Lina Wertmuller, lo so. Anche l'atmosfera grottesca ci sta tutta, in quello che mi è capitato l'altro giorno. D'altra parte, mi sta bene, mi sta proprio bene. Me la sono cercata, con tutto quel andare in giro in cerca di land dai nomi disperati, tipo Starvation, Desolation, No Salvation ecc. ecc. 
Ovviamente prima o poi sarebbe capitato, all'ennesimo click su TELEPORT TO DESTINATION di trovarmi in una land oscura più oscura delle altre. Non che mancasse la luce, eh, anzi. Sono atterrata a mezzogiorno vicino a una fattoria ridente, accanto ad un falò scoppiettante con tanta gente intorno a far festa. Solo che.... la gente... non era gente. Erano tanti... mostri, mezzi uomini mezzi animali, per essere precisa: ho realizzato di essere circondata da fauni, licantropi e chimere varie. Insomma, la scena da pic nic cominciava a somigliare ad un incubo, soprattutto nel momento in cui si sono accorti di me e hanno cominciato a fissarmi, avvicinandosi piuttosto minacciosi. Un'occhiata ai molti strumenti strani seminati nei dintorni mi ha convinto che era il caso di darsela a gambe levate, così ho cominciato a indietreggiare velocemente e non mi sono accorta di una grossa buca nel terreno... cielo! Ci sono caduta come una pera matura! Per fortuna l'atterraggio è stato morbido, un tappeto di muschio all'interno di una grande grotta 
Proprio fortuna non è stata... mi sono salvata dai licantropi e dai loro amici ma... GOSH  la grotta era tutto un brulicare di stranissime creature tentacolate, vegetali carnosi e viscidi che hanno cominciato a strisciare verso di me con una velocità vorace. Non ho fatto in tempo a rialzarmi che la prima pianta mi ha raggiunto e ha cominciato a salirmi sulla gamba, dentro i pantaloni    Mi sono alzata di scatto con ribrezzo e l'ho allontanata con un calcio (uff, la mia mania di andare in giro scalza, un paio di stivaloni mi avrebbero fatto comodo in quel momento). Mi  sono appoggiata ad un uovo innocuo tutto verde e lucido, giusto per prendere fiato. Solo che non era un uovo  o meglio, era un uovo trasmutante che mi ha avviluppato in spire unte e scivolose, cercando di inseminarmi . Mi sono liberata anche di lui e ho cominciato a correre in cerca dell'uscita, stando ben attenta a non toccare altro in quel posto dove ogni melma verde poteva prendere vita in qualsiasi momento e usarmi come mezzo di riproduzione. Finalmente sono arrivata in una grotta più piccola, tutta di roccia grigia, e mai il grigio è stato così rassicurante  Aspetto un po': sì, la roccia è veramente roccia, sta immobile. Tiro il fiato, dò un'ultima occhiata alle mie spalle: il verde della grotta sarebbe stato anche piacevole, se non fosse stato per il rimando continuo a liquidi fisiologici... Bene, i vegetali sembrano essere confinati di sotto. Rassicurata, decido di fermarmi un attimo e mi siedo ai piedi di una statua. Scelta infelice: mi serra in un pietroso abbraccio da cui riemergerò solo mezz'ora più tardi, ma i dettagli non li saprete mai 



(pubblicato originariamente in data 19/12/2010)

Il mistero dell'onda

Ero stufa degli uomini, e di una SL che scimmiottava supinamente la RL. Per questo afferrai al volo il primo filo di aquilone che riuscii ad aggrappare, e mi lasciai trascinare dai venti. Mysterious Wave, scriveva l'aquilone sul suo dorso, ma appena atterrai su un mucchietto di sabbia rossa in mezzo al mare, trovai ad accogliermi un paesaggio mozzafiato e una grande scritta dorata che galleggiava sull'acqua: le bout du monde. La fine del mondo. Nessun umano era presente alla fine del mondo: stavo nel posto giusto.
Foto di mo_werefox
Due porte si aprivano nel nulla. Mi buttai in una a caso e arrivai su un atollo sospeso. L'aria era rarefatta, come la musica. Lentamente, senza che me accorgessi, iniziò la mia metamorfosi. La pelle si schiariva, in quella terra dall'alba eterna. Mi trovai ben presto albina, mentre i segni neri della solitudine solcavano la mia carne. Stavo diventando una creatura elfica. Trovai un mantello rosso per coprirmi e una mano aperta nell'acqua: era grande abbastanza per accogliermi tutta, e mi stesi a riflettere la mia nuova immagine nello specchio d'acqua. Quando sollevai lo sguardo, strane creature immobili stavano erette in lingue di sabbia e terra. Mi avvicinai ad ognuna, ad ognuna lasciai unacarezza. Uno scoglio interrompe la dolcezza del paesaggio sabbioso. Uno scoglio spoglio. Ma non può essere, tutto qui è armonia, a suo modo: cosa ci fa questo disarmonico ammasso di roccia spigolosa? A meno che... a meno che il suo cuore non nasconda vita: così è, e al tocco gentile si svela
Tornai al punto di partenza, infilai l'altra porta, che mi portò con una giravolta su due isole innevate, sospese fra le montagne e il cielo rosa. Nevicava, una carrozza aspettava un improbabile Babbo Nachele mentre una sottile scultura di ghiaccio si cibava di un temerario essere umano che aveva osato sfidarla. 
Nel bianco mi distesi, nel bianco mi confusi, nel bianco mi sciolsi. Solo il mantello rosso rimase, rifiutando di sbiadirsi alle intemperie. 


(pubblicato originariamente in data 02/12/2010)

Neri come corvi, bianchi come neve

Una macchia scura attira il mio sguardo da lontano: una macchia scura nel candore del manto nevoso, in contrasto con il cielo rosa pallido. E' un pezzo di muro, sopravvivenza di qualcosa che è rovinato. Dentro, una gabbia d'uccelli. Dentro la gabbia, un corvo. Grande, con le ali aperte che urtano le sbarre.
Ci sono due corvi, in verità: uno, appena più piccolo, è posato sul muro. Libero, eppure fermo, a guardare sgomento il compagno in gabbia. Libero, eppure immobile al suo posto, muto spettatore - o spettatrice? - di un'ordinaria tragedia. Il compagno, prigioniero, ha rinunciato ad ogni velleità, ha rinunciato persino a se stesso. Le ali aperte - ora comprendo - non cercano di spiccare il volo oltre le sbarre, sono una rassegnata offerta di sè al destino. E la compagna sta immobile, e la sua fissità la rende complice del consumarsi altrui e il legame è per lei una gabbia più forte di quella con le sbarre di ferro. Libera, ma non più libera, condannata a vivere il silenzio dell'agonia dell'altro. Dell'amato. Ma che cos'è amore? Non è lottare, non è strappare l'altro alla punizione che si è inflitto, non è gridare che c'è altra vita oltre quel monte?
Vorrei spaccare la gabbia e liberarle entrambe nel cielo carico di neve, ma so di non poterlo fare. Talvolta - o sempre? - la libertà va rispettata oltre ogni raziocinio. Mi allontano, il rumore dei passi attutito dal manto bianco, rispettando quel mortifero silenzio che fa risuonare un'eco dolorosa nella mia anima.  Sto per attraversare il ponte di ghiaccio, e invece mi fermo. Torno indietro. Mi siedo nella neve, vicino al muro. Resto.







(pubblicato originariamente in data 02/12/2010)

Ritorno a No Salvation

Ci sono tornata, a No Salvation. Da sola. Come se trascinare i piedi lungo i corridoi bui con le pareti coperte di muffa e nella melma verde dei canali lungo il cimitero, servisse a quietare il tormento dell'anima che non dà tregua. Come se inciampare nei resti dimenticati di sventurati ignoti persino a se stessi servisse a trovare il sentiero della vita. Come se rintronare la testa con il rintocco delle campane a morto potesse svuotare la mente dei suoi pensieri voraci.
Dopo aver vagato insensatamente fra rovine, zone paludose, sale di tortura, saloni sfarzosi e decadenti, sono arrivata alla balaustra ultima, a picco sul mare. Di fronte a me l'alba. Ecco la quiete. Ecco la vita. 




(pubblicato originariamente in data 28/10/2010)

Voglio dimenticare i miei confini

NO SALVATION. Era la destinazione di cui avevo bisogno. Sentivo il richiamo di quel nome disperato risuonarmi nell’anima, presi il teleport e partii. Ci misi un po’ prima di abituarmi all’oscurità del punto d’arrivo, ma prima ancora di vederle potevo sentire le grosse mura medievali per l’umidità fetida che emanavano. Ero in una cattedrale sconsacrata, una luce blu filtrava dalle finestre. Oltre, il mare.
Foto di mo_werefox
Persi molto tempo a perlustrare accuratamente l’interno, come se ogni pietra, ogni edera potesse rivelarmi il perché dell’essere. Unico angolo abitabile, un piccolo salone con un camino acceso. Mi abbandonai sul divano rosso, incurante di polvere e stagnazione. Rimasi così per un tempo incommensurabile, poi facendomi violenza mi alzai. Non volevo consumarmi nell’inedia, se dovevo finire doveva essere in un altro modo.
L’esterno era immerso in una  luce verde scuro che contagiava di tristezza. Mentre la solitudine mi straziava, ogni particolare sembrava accelerare la corsa verso l’annientamento. Tombe, mausolei, croci e urne, tutto era un’invocazione al nulla e un invito a raggiungerlo. Ebbi per un momento la tentazione di lasciarmi scivolare nella gelida acqua nera sotto di me, novella Ofelia, sotto lo sguardo implacabile dell’angelo della morte, tronfio dei suoi invariabili successi. Persino i numerosi piccoli papaveri rossi avevano perso il loro richiamo caldo e costellavano ora quel giardino tristo, come tante gocce di sangue rappreso.
Rientrai, anche se le rovine ormai avevano cancellato i confini tra dentro e fuori. Una sala ampia, la sala dei sacrifici. Quattro candele agli angoli di un altare, fra colonne e vetrate infrante a metà.
Mi stesi sul tavolaccio nero, pieno di grumi rossi e densi, appiccicosi. Per un momento mi lasciai andare completamente alla disperazione, confondendo le mie lacrime con la pioggia leggera che aveva iniziato a scendere. I rintocchi delle campane lasciarono il posto ad un durissimo gothic rock, e permisi alle note di rotolare come pietre sui pezzi della mia anima. Poi iniziò una ballad, la pioggia era cessata ma io non mi mossi dall’altare sacrificale. Un raggio di sole mi accarezzò, oltre la vetrata. Decisi che non era ancora arrivato il momento. Mi alzai, in mezzo alla grande sala catturata da una natura inselvatichita osservai un disegno misterioso sul pavimento. Mi accucciai e lo sfiorai con la mano. Il mio corpo prese vita ed iniziò a muoversi sinuosamente seguendo la musica. Sentivo la vita rientrare prepotentemente nelle mie fibre, catturare ogni angolo di me. Mi feci raggiungere da Patsy. Ballammo come possedute, senza sosta, senza aprir bocca, lasciando che fossero le intime vibrazioni delle nostre intimità a parlare. Ballammo, e ballammo ancora, e più lo sfinimento sano dei corpi arrivava, più le anime si liberavano, più ci si illudeva in una purificazione a venire. Eppure ballammo ancora, e quando altri arrivarono, noi ormai eravamo ombre pure perse nella notte.



(pubblicato originariamente in data 21/10/2010)

mercoledì 16 febbraio 2011

Nel rifugio degli homeless

Foto di mo_werefoxAtterro finalmente nel posto che mi ha indicato Patsy. Sono esausta, un viaggio massacrante attraverso teleport mal funzionanti, mi sembra di essere on the road da sempre..  sì, sono per definizione una viandante in SL, è vero, ma la polvere che mi si è accumulata sugli stivali comincia ad essere tanta, un po' troppa. Per questo, quando Patsy mi ha detto che una sua amica aveva aperto un ricovero per senzatetto, dove almeno temporaneamente un povero avatar pellegrino può rezzare almeno qualcuno dei 7988 oggetti che ha in inventario, e fissare la propria dimora (in linguaggio SL si dice settare casa )... beh, appena me l'ha detto mi sono messa in viaggio per raggiungerla. Ed eccomi qui. Al momento di lei non c'è traccia, a dire il vero non c'è traccia di nessuno . Però c'è una gran bella colonna sonora, tutto rockaccio anni '60 e '70, in accordo perfetto con l'ambiente. Manca solo che l'avatar di Kerouac si affacci alla finestra . Invece non si affaccia nessuno, quindi decido di entrare, anche perchè le ombre della sera si allungano. Poche chiare regole, la n. 1 mi piace particolarmente: "NO DRAMA". Mmmmm... se più gente la conoscesse, si starebbe senz'altro meglio tutti. Vabbè ma la vita sarebbe più noiosa dai... è così divertente venire perseguitati e inseguiti e tormentati e importunati in questo mondo di bamboline  
Comunque per il momento sono proprio sola, per cui nessun pericolo di melodrammi, posso concentrarmi su questo posto così curioso.. All'interno un grande stanzone, scatole di dischi dappertutto (uuuh… i cari vecchi LP ), due materassi per terra e un tappeto con dei cuscini, piuttosto consunti a dir la verità. Pure un divano sulle scale che portano al piano superiore, qualche avanzo di cibo e tante lattine vuote... Assaggio un pezzo di pizza, è freddo e non credo che quella muffa verde sia di gorgonzola . La pulizia lascia a desiderare, ma fa tutto così Woodstock... e poi i linden per una skybox con i tappeti di pixel non li ho . Non che mi aspettassi il bagno in camera, ma insomma, sta addirittura all’esterno: per fortuna qui è estate e non rischierò di prendere freddo quando andrò a lavarmi i denti in pigiama... Certo che le incrostazioni sul muro sembrano macchie di Rorschach… e i sanitari hanno ben poco di sanitario….Vabbè, non è momento di fare la schizzinosa 
Mentre aspetto Patsy mi butto sul materasso... ho un po' di stanchezza dentro, quella stanchezza sottile e indefinita che dai muscoli passa all'anima, e che di solito finisce con una rivisitazione della propria esistenza, un colpo di reni e un tuffo nella vita. Però per il momento sono qui, con la testa sugli acari e le pulci e chissaddio chi popola ancora questo materasso, e sono così stanca che non mi importa neanche se mi usano come autobus. Mi basta un posto da chiamare casa. 
Per fortuna arriva Patsy a interrompere il flusso dei pensieri grigi. Un po’ di musica sdraiate sul tappeto è quello che ci vuole, prima di salire sul tetto a respirare aria buona. C’è un panorama splendido, il rifugio dà proprio sull’Atlantico. Visitiamo il piccolo negozio vicino, è tutto gratis o a modicissimo prezzo. Ovvio che proviamo di tutto, compreso ehm…il jonk che ci viene offerto gentilmente appena ci sediamo sulla poltrona . Poco più in là, dentro un altro edificio fatiscente tutto di cemento grigio, c’è un piccolo studio fotografico, abbandonato ma funzionante. WOW passiamo un sacco di tempo a provare pose e cambiare sfondi. Il risultato è stupendo, ma è ovvio dato i soggetti .
Sta scendendo il sole, prima del tramonto approfittiamo per catturarne gli ultimi raggi. Una birra davanti al mare, due chiacchiere e buona musica in buona compagnia, è una formula terapeutica. Che poi Patsy ha quel raro equilibrio tra parola e silenzio che ne fa una compagnia non buona… di più. Oddio, a meno che i suoi silenzi non derivassero da tutte le IM che contemporaneamente teneva aperte….
Per lei comunque arriva l’ora di andare, riesco a trattenerla per un’ultima sigaretta. Io rimango ancora un po’, per l’ultima-ultima sigaretta, quella che ha sempre il sapore di un dilemma esistenziale. Poi me ne vado dentro, ad aspettare l’alba in compagnia degli acari. Mi sveglia la musica, che ora si è fatta più dolce. Starway to heaven. Sì.. il pifferaio mi sta chiamando, per ricondurmi alla ragione, perché la mia scala è costruita sul vento mormorante… Meglio scappare, prima che le ombre diventino più lunghe delle nostre anime 


(pubblicato originariamente in data 07/08/2010)