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sabato 11 febbraio 2012

beh.. almeno ho la salute

D'improvviso è Tristezza, e stabilisce la sua dimora dentro. Si annida in fondo, in un fondo che non lo ricordavi così fondo, e lì trova Solitudine. Si sfiorano, ed è Passione cieca. Nell'oscurità voluttuosamente si annusano, si sfiorano ancora, ed è Passione cieca. Al buio si spogliano l'un l'altra con il furore degli Intoccabili. Bramano il calore della Carne, trovano l'inconsistenza dell'Illusione. Potrebbe bastare, ma il suo velo sottile non regge lo scandalo dell'amplesso, Irrequietezza la travolge ed in un attimo è andata, violata, calpestata e confusa nel Fango del Fondo. 
Troppa Folla ora, troppe nudità mi frastornano. Cos'è più indecente della Sofferenza?
URLO. URLO. URLO. 
Silenzio. Sono lì. Le sento. Come bestie. Il fiato sul collo. L'afrore di un sesso inselvatichito. Senza via d'uscita. 









venerdì 6 gennaio 2012

Ti amerò nel vuoto


Mi volto verso il letto, ma è vuoto. Non so cosa speravo. Veramente lo so. Speravo di vederti ricomparire lì dove ti avevo lasciato, fra le lenzuola stropicciate a cui ho rubato il tuo profumo fino all'ebbrezza.



Il caminetto è acceso, ma fa freddo dentro di me. Sarà un lungo inverno. La radio canta Get here. Parole che vorrei pronunciare anch'io, ma ti avvicinerebbero davvero a me? Esiste una distanza pari a zero? No, in assoluto non esiste, se la matematica ha ragione. Esisterà sempre un qualcosa, tra A e B. Tra Mo e Me, tra Me e Te. Se invece ha ragione la fisica, allora non esiste la separazione, ma solo ininterrotte catene di materia che ci legano indissolubilmente. Che cosa mi strugge di più? 
Who wants to live forever, ora. 




Oh, fuck! Non è il titolo di una canzone, questo. La colonna sonora dice I want it all. Allungo le gambe sotto il tavolo, allungo le braccia oltre la testa e le spalle, voglio stirare ogni fibra muscolare fino a farne uscire ogni traccia di me e ogni ricordo di te. 
Ti amerò nel vuoto. 


Raccolgo le mie cose, chiudo la porta e torno alla festa. 



venerdì 18 febbraio 2011

Voglio dimenticare i miei confini

NO SALVATION. Era la destinazione di cui avevo bisogno. Sentivo il richiamo di quel nome disperato risuonarmi nell’anima, presi il teleport e partii. Ci misi un po’ prima di abituarmi all’oscurità del punto d’arrivo, ma prima ancora di vederle potevo sentire le grosse mura medievali per l’umidità fetida che emanavano. Ero in una cattedrale sconsacrata, una luce blu filtrava dalle finestre. Oltre, il mare.
Foto di mo_werefox
Persi molto tempo a perlustrare accuratamente l’interno, come se ogni pietra, ogni edera potesse rivelarmi il perché dell’essere. Unico angolo abitabile, un piccolo salone con un camino acceso. Mi abbandonai sul divano rosso, incurante di polvere e stagnazione. Rimasi così per un tempo incommensurabile, poi facendomi violenza mi alzai. Non volevo consumarmi nell’inedia, se dovevo finire doveva essere in un altro modo.
L’esterno era immerso in una  luce verde scuro che contagiava di tristezza. Mentre la solitudine mi straziava, ogni particolare sembrava accelerare la corsa verso l’annientamento. Tombe, mausolei, croci e urne, tutto era un’invocazione al nulla e un invito a raggiungerlo. Ebbi per un momento la tentazione di lasciarmi scivolare nella gelida acqua nera sotto di me, novella Ofelia, sotto lo sguardo implacabile dell’angelo della morte, tronfio dei suoi invariabili successi. Persino i numerosi piccoli papaveri rossi avevano perso il loro richiamo caldo e costellavano ora quel giardino tristo, come tante gocce di sangue rappreso.
Rientrai, anche se le rovine ormai avevano cancellato i confini tra dentro e fuori. Una sala ampia, la sala dei sacrifici. Quattro candele agli angoli di un altare, fra colonne e vetrate infrante a metà.
Mi stesi sul tavolaccio nero, pieno di grumi rossi e densi, appiccicosi. Per un momento mi lasciai andare completamente alla disperazione, confondendo le mie lacrime con la pioggia leggera che aveva iniziato a scendere. I rintocchi delle campane lasciarono il posto ad un durissimo gothic rock, e permisi alle note di rotolare come pietre sui pezzi della mia anima. Poi iniziò una ballad, la pioggia era cessata ma io non mi mossi dall’altare sacrificale. Un raggio di sole mi accarezzò, oltre la vetrata. Decisi che non era ancora arrivato il momento. Mi alzai, in mezzo alla grande sala catturata da una natura inselvatichita osservai un disegno misterioso sul pavimento. Mi accucciai e lo sfiorai con la mano. Il mio corpo prese vita ed iniziò a muoversi sinuosamente seguendo la musica. Sentivo la vita rientrare prepotentemente nelle mie fibre, catturare ogni angolo di me. Mi feci raggiungere da Patsy. Ballammo come possedute, senza sosta, senza aprir bocca, lasciando che fossero le intime vibrazioni delle nostre intimità a parlare. Ballammo, e ballammo ancora, e più lo sfinimento sano dei corpi arrivava, più le anime si liberavano, più ci si illudeva in una purificazione a venire. Eppure ballammo ancora, e quando altri arrivarono, noi ormai eravamo ombre pure perse nella notte.



(pubblicato originariamente in data 21/10/2010)